Google Font API: a che pro?
Cosa può aver spinto Google a mettere a disposizione un servizio di questo tipo? Cosa ci guadagna? Semplice: poter utilizzare font al di fuori di quelli standard fa in modo che i web designer evitino l’uso di testo scritto all’interno di immagini, il tutto a favore dell’indicizzazione sul motore di ricerca. In pratica quindi dare la possibilità ai web designer di utilizzare font alternativi permette a Google di indicizzare un maggior numero di contenuti.
Fonte: Google Font API: a che pro?
 
 
Il Comune ozia ma non dimentica
Stavo leggendo della recente modifica al Codice Stradale approvato dalla Commissione Lavori Pubblici del Senato relativa alla riduzione a 60 giorni dei termini per la notifica delle multe. Ricordavo infatti di aver ricevuto delle notifiche in passato a distanza di diversi mesi e mi chiedevo quanto fosse il limite esatto di tempo dopo cui, ad oggi, una contravvenzione potesse passare in prescrizione. Ebbene, proprio nel momento in cui mi accorgo che questo limite è di 150 giorni mi suona il campanello: una multa. Controllo rapidamente il tempo trascorso tra la contravvenzione e la notifica: 149 giorni.
Il Comune di Genova è maestro nella sua perfida inefficienza, e quando si tratta di palanche ozia ma non dimentica.
 
 

A pochi giorni dall’inizio del Mondiale, Lippi non sembra essere molto amato su Facebook
 
Vale la pena fare impresa in Italia?
C’è un gruppo su LinkedIn che, spam a parte, ritengo molto interessante e in cui si discute di impresa, start-up, e lavoro in genere in Italia. Spesso le discussioni sono orientate al web, ed è questo il motivo per cui lo seguo, ma altre volte si possono estrarre contenuti generalisti riguardanti il mondo del lavoro in Italia, magari visto con gli occhi di chi non è Italiano. E’ il caso di questo thread in cui qualcuno compara l’efficienza del sistema Americano con quello Italiano, chiedendosi infine se vale la pena fare impresa in Italia e i motivi.
In un periodo in cui sto sistemando tutti gli infiniti lati burocratici e fiscali di una nuova startup, e in cui spesso mi trovo a maledire il sistema anti-imprenditoriale italiano, non ho potuto fare a meno di concordare su alcuni dei punti emersi in questa discussione:
- Il mercato del lavoro italiano è standardizzato e poco dinamico. Esiste una grande differenza tra assunzioni a tempo indeterminato e impiego a contratto, dove la prima tipologia è svantaggiosa per l’imprenditore perché garantisce pochissima dinamicità e in generale privilegia la “tranquillità” dell’impiegato nel lungo termine a scapito del suo stipendio.
- I salari in Italia sono decisamente più bassi di quelli Americani. In parte perché la forte pressione fiscale in Italia garantisce maggiori benefici (salute, cassa integrazione) a scapito, appunto, degli stipendi.
- I salari più bassi permettono a chi fa impresa in Italia di ottenere forza lavoro di qualità ad un costo più basso rispetto agli USA.
- La burocrazia italiana è un freno enorme per chi vuol fare impresa. I cavilli fiscali, e un sistema decisamente non adeguato ai tempi moderni, portano l’imprenditore italiano a stupirsi di fronte alla semplicità con cui è possibile avviare un’attività negli USA (mezz’ora) comparata ai 90 giorni (citati nel thread) di pratiche legali, fiscali, notarili necessarie in Italia. Cito pari pari: “I would imagine however that Italian tax officials and notaries and other government intermediaries have a vested interest in maintaining the status quo.” - in pratica le parti coinvolte in questo meccanismo burocratico hanno tutto l’interesse a fare in modo che le cose non cambino.
Di punti chiaramente potremmo aggiungerne ancora a decine.
Tornando al web: in Italia non nascono startup competitive perché il mercato di Internet è globale e, uscendo dai confini Nazionali, ci si scontra con modelli e sistemi molto più flessibili, meno farraginosi, e addirittura incentivati dai Governi. Qui non basta infatti garantire un gettito regolare di entrate allo Stato, gestendo a tutti gli effetti una piccola azienda a posto con i conti, ma bisogna sfamare con la propria neonata attività ad uno ad uno tutti gli intermediari della macchina burocratica che l’Italia impone a chi lavora e crea lavoro.
Inutile dire che il web non è geolocalizzato e che nessuno ci impedisce di trasferire server, startup e attività all’estero. Ma il quesito rimane: vale la pena fare impresa in Italia?
 
 



